The Candlelight Master: il maestro della luce del 1600.

Esiste un nucleo di dipinti romani, eseguiti con grande maestria tra il 1610 e il 1630, che rappresentano soggetti illuminati da luce artificiale, da candele.
L’uso delle ombre e delle luci è impressionante e la storia di questo artista si muove tra buio e rivelazioni, proprio come le sue tele, poiché ancora oggi ne è dubbia l’identità.

Nel 1960 il primo a notare che per stile alcune opere potevano essere attribuite allo stesso artista fu lo storico d’arte Benedict Nicolson; ipotizzò che il pittore fosse un seguace del noto olandese Gerrit Van Honthorst e le conclusioni d’archivio lo indussero a fare il nome di Trophime Bigot , alias “Teofilo Trufamonti”, citato a Roma dal 1621 al 1630 dagli stati delle anime, dei registri che i parroci erano tenuti a compilare regolarmente.

Questa teoria ebbe però subito degli oppositori i quali asserivano che non vi fossero riscontri certi di somiglianza tra le opere che Bigot avrebbe eseguito in Francia e poi a Roma.

Si dovrà a attendere una decina di anni prima di fare qualche passo avanti quando Oliver Michel trovò, in un documento d’archivio della Chiesa di Santa Maria d’Aquiro, il tracciamento di un pagamento riferito all’esecuzione del Compianto di Cristo, una delle tre tele della Cappella della Passione; la somma era accreditata ad un certo “Maestro Jacomo”.

Il quesito ora verteva su quante opere fossero di Bigot e quante di questo Jacomo: appartenevano solo a uno di essi o dovevano essere ripartite tra le due mani?

Altre prove documentali rinvenute recentemente hanno dimostrato che le tre tele della Cappella della Passione furono commissionate a Giacomo Massa: fu la prima volta che figurò il nome completo di colui che fino ad allora era noto solo come Maestro Jacomo.
Da queste evidenze Adriano Amendola attribuì a Giacomo Massa La Cena di Emmaus, custodito a Chantilly, e la tela conservata al museo dei Cappuccini di Roma Il San Francesco in preghiera.

Questo però non fu pane sufficiente a sfamare gli studiosi che, con domande lecite, si chiesero se tale Mastro Jacomo non potesse altro che essere il proprietario di una bottega e che ad eseguire le opere dunque fossero state altre identità.
La comunità scientifica è dunque divisa, le opere che sono state dunque raccolte inizialmente sotto il nome di Candlelight Master devono essere riattribuite.

A Trophime Bigot sono stati attribuiti circa 40 quadri, distribuiti tra vari musei, fra i quali:

  • Saint Sebastien aidé par Irène (Bordeaux, Musée des Beaux-Arts)
  • Vanité (Roma, Palazzo Corsini)
  • Saint Jérôme (Roma, Palazzo Corsini)
  • Saint Laurent condamné au supplice (Arles, abbazia di Saint-Césaire)
  • Cantore con candela (Roma, galleria Doria Pamphilij)

A Mastro Jacomo per ora quelli citati in precedenza.

Maria Rosaria Napoleone, storica dell’arte conclude che il Candlelight Master forse alias Giacomo Massa è un pittore attivo a Roma nella prima metà del quarto decennio del Seicento che basa la sua ricerca artistica sul naturalismo caravaggesco interpretato da Honthorst nel secondo decennio nella direzione della pittura a luce artificiale, caratterizzata da suggestivi effetti chiaroscurali. Il nostro artista sperimenta uno stile del tutto personale rielaborando a sua volta l’opera di Honthorst e facendo di questo tipo di pittura il suo marchio di fabbrica.

Che sia dunque Trophime Bigot o Giacomo Massa il nostro Maestro delle Candele, o che lo siano stati entrambi, ciò che è evidente è che fino agli anni quaranta del milleseicento, quando il Barocco e il Classicismo stavano ormai prendendo piede sul caravaggismo, a Roma c’erano ancora pittori intenti a immortalare la luce in uno stile che, per gli anni a venire, sarebbe stato sempre e immediatamente riconoscibile.

Vanitas, attribuita a Bigot, Galleria Nazionale d’Arte Antica Palazzo Barberini, Roma
Cantante con candela, attribuito a Bigot, Palazzo Doria Papmhilij, Roma
Cenna in Emmaus, attribuita a Giacomo Massa da Adriano Amendola e registrato appartenente a Bigot dal Musée Condé.
San Francesco in preghiera, attribuito da Giacomo Massa, Museo dei Cappuccini, Roma.

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