La cattura di Cristo, la storia del quadro del Caravaggio esposto a Odessa (e a Dublino).

In questi giorni si è parlato del pericolo in cui si trovano i beni culturali in Ucraina per via della guerra e molte riviste hanno citato anche il dipinto attribuito al Caravaggio La cattura di Cristo, la cui storia e la stessa attribuzione sono state parecchio travagliate, e che è custodito presso il Museo delle Arti Occidentali e Orientali di Odessa.

Premetto che ne esiste un’identica copia a Dublino di proprietà della Comunità Gesuita e affidata permanentemente alla National Gallery, e che ci sono un’altra decina di copie in giro per il mondo.

Il dipinto di Dublino è molto importante per comprendere la storia della tela conservata a Odessa: fu realizzato nel 1602 ed è conosciuto anche come Presa di Cristo nell’orto; fu commissionato da Ciriaco Mattei, nobile collezionista romano. e si ritiene che suo fratello il Cardinale Giacomo Mattei, anch’egli collezionista, ne avrebbe suggerito il soggetto con il bacio di Giuda.

Fino agli anni novanta la tela di Dublino era considerato una copia e non un originale del Caravaggio, creduto essere invece quello attualmente conservato a Odessa.

Il primo a mettere in dubbio che non fosse una copia fu Sergio Benedetti, restauratore proprio alla National Gallery che nel 1990 si trovò davanti all’opera che da circa 30 anni era esposta in un salone della Comunità Gesuita ; successivamente Francesca Cappelletti e Laura Testa, due dottorande dell’Università di Roma, nel corso di un lungo periodo di ricerca trovarono la prima menzione documentata della Presa di Cristo , in un antico e decadente libro dei conti che documentava l’originaria commissione e relativo pagamento a Caravaggio, nell’archivio della famiglia Mattei e sugellarono l’ipotesi avanzata da Benedetti.

Da allora la paternità del dipinto di Odessa fu dunque messa in discussione.

La prima prova documentale della copia di Odessa risaliva infatti al 1868 quando fu proposto in vendita, ma non venduto, da Alexander Basilewsky presso la sua casa d’aste di Rue Drouot n.5; era registrato come Il bacio di Giuda e ritenuto all’epoca l’originale, non si è riuscito a stabilire il motivo per cui è nessuno volle acquistarlo.

Così il dipinto fu donato al gran principe Vladimir Alexandrovich, che divenne successivamente direttore della Imperiale Accademia di Belle arti di San Pietroburgo: da allora il quadro non lasciò mai il territorio russo, poi ucraino.

Con la scoperta della copia di Dublino l’attenzione degli studiosi si spostò su quest’ultima, portandoli a ritenere che l’originale fosse la tela irlandese, mentre quella russa sarebbe stata una copia della stessa realizzata nel 1626 da Giovanni D’Attili sotto commissione di Asdrubale Mattei.

Nataliia Chechykova, storica dell’arte e consulente per l’arte italiana di Odessa ha però fatto delle considerazioni che non possono essere ignorate, specie dopo aver speso tre anni della sua vita a studiare attentamente la copia ucraina.

Riporto un estratto di poche righe che la storica ha scritto per un interessante articolo scritto per Finestre sull’arte e che invito a leggere per ulteriori approfondimenti.

La vera novità viene dall’analisi della radiografia che mostra differenze e ripensamenti solitamente impensabili per un copista che ha di fronte a sé il quadro che dovrà riprodurre. Per non parlare poi, ovviamente, della figura centrale: il Cristo, che appare completamente diverso da quello che dovrebbe essere l’originale mentre tutte le altre figure sono decisamente uguali. La figura del Salvatore esprime altri sentimenti rispetto, ad esempio, alla versione di Dublino: è certo pieno di santità, dolore, e forse anche rassegnato e sicuramente consapevole del suo destino, ma non esprime un senso d’impotenza di fronte a ciò che gli dovrà accadere, al contrario sembra sereno, in netta contrapposizione a tutte le altre figure della composizione, un’espressività del Redentore che non si ritrova nelle altre versioni conosciute.

https://www.finestresullarte.info/opere-e-artisti/cattura-di-cristo-odessa-le-immagini-del-restauro di Nataliia Chechykova.

Dunque nessun copista, avendo a disposizione un originale, eseguirebbe un lavoro per commissione apportando modifiche e avendo ripensamenti; questo può far pensare che si tratti di un’opera ispirata dall’originale.

Anche i colori utilizzati, dopo un attento studio, sono risultati essere costosi e di qualità, e dunque fuori “budget” per il prezzo stabilito tra Asdrubale Mattei e Giovanni D’Attili.

Ecco perché potrebbe essere un altro originale realizzato sempre da Caravaggio; questo spiegherebbe anche perché nel 2008 l’Opera fu trafugata dal Museo, per essere poi rinvenuta successivamente. Cosa indurrebbe alcuni ladri rischiare il carcere per una copia, quando nello stesso museo vi erano opere certe di altri noti artisti?

Con questa domanda posta proprio dalla dottoressa Chechykova chiudo l’articolo lasciando qui sotto le immagini delle due tele a confronto e la desceizione dell’opera.

Cattura di Cristo, copia appartenente al Museo di Arte Occidentale e Orientale di Odessa.
Cattura di Cristo, 1602, National Gallery di Dublino

Nel quadro il volto del Cristo e quello di Giuda sono uno vicino all’altro, Gesù è dismesso e dipinto frontalmente, Giuda è invece di profilo: assieme compongono il centro compositivo del quadro.

A creare tensione c’è li braccio della guardia in primo piano, mentre all’estrema sinistra San Giovanni si allontana urlante dal marasma concitato. Le ombre predominano ovunque eccetto che nei volti che sembrano essere illuminati individualmente ed è il modo con cui Merisi riesce a mettere in evidenza le espressioni dei presenti. Inutile ricordare inoltre che nonostante si tratti di una scena dedicata a Gesù, personaggi e vesti sono pienamente seicenteschi.

4 pensieri riguardo “La cattura di Cristo, la storia del quadro del Caravaggio esposto a Odessa (e a Dublino).

  1. Ma tutto questo articolo (che non ho letto perché sapevo già dove sarebbe andato a parare), basta leggere data e contesto temporale con la relativa cittadina. Il pensiero unico vi fa proprio male

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  2. Considero le opere di Caravaggio, secondo i miei studi ed i miei rilevamenti, che qui, in questa opera, continuano a rivelare visibilmente, la firma, anzi le firme tridimensionali lasciate da Caravaggio, secondo il suo stile. Ve ne sono diverse, ma una, che ho potuto vedere e rilevare subito è sul volto di Cristo, a destra. L’opera come in uso per l’artista, ha molte altre caratteristiche tipiche del suo modo di costruire la scena. Un’opera molto intensa e drammatica, non solo per i punti messi in rilievo dalle luci, ma per le espressioni dei volti, per la partecipazione da piece teatrale. Splendida la rappresentazione dei “due volti di Cristo” un Cristo che soffre e accetta di espiare le colpe e come Giano bifronte, dietro di lui lo stesso volto, sempre Cristo, lo stesso personaggio, che più umanamente urla di dolore rivolgendosi al Signore Dio e chiede pietà per ciò che lo aspetta. Roberta Purgatori

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  3. Buongiorno,
    la scoperta ad inizio anni 2000 dell’esemplare oggi in collezione Bigetti, mi pare metta in dubbio l’originalità (o quanto meno stabilisca una primogenitura) rispetto agli esemplari di Dublino e di Odessa. L’analisi tecnica dell’esemplare Bigetti (peraltro più grande degli altri due), ha dimostrato tutta una serie di pentimenti caratteristici di una prima versione. La versione di Dublino e ancor più quella di Odessa sono ancor troppo rifinite rispetto all’esemplare Bigetti, molto più sintetico e consono ai modi del Merisi. Sempre nell’esemplare Bigetti sia ha un altro elemento di consonanza storica nella “cornice nera arabescata d’oro” come descritta nell’inventario Mattei del 1616, elemento questo incompatibile con le altre due versioni. Se io fossi nei panni degli storici, dei critici e degli studiosi mi porrei delle domande …………….. Giovanni Angelini

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