Guida profana alla mostra “Inferno” alle Scuderie del Quirinale.

Il cammino per l’Inferno non è cosa facile, specialmente se d’inferno ne esiste più di uno. Inferno è la vita di tutti i giorni, inferno è il passato; ma anche superstizione, teologia, storia e arte. Vincolare in un solo percorso un concetto così vasto è stato possibile grazie alla maestria di Jean Clair, il noto storico e saggista francese; inserire il tutto presso le Scuderie del Quirinale ha fatto la differenza.  

Una volta terminata la scalinata d’ingresso si entra negli inferi attraverso la porta dell’Inferno di Rodin, l’opera incompiuta del maestro.  

Con le sue 180 figure ritrae tra i vari personaggi Dante come pensatore, Paolo e Francesca e il conte Ugolino. La porta supera i quattro metri di altezza, è monumentale. Anche se ad essere esposto è il modello di fusione in gesso in scala 1 a 1, si comprende la grandezza della porta in bronzo.  
Lo stesso Rodin definì il sommo poeta scultore, per via dell’uso delle parole lapidarie che spesso lo distinguevano, e questo in qualche modo li avvicina: 

«Dante non è solamente un visionario e uno scrittore; è anche uno scultore. La sua espressione è lapidaria, nel senso buono del termine. Quando descrive un personaggio, lo rappresenta solidamente tramite gesti e pose. […] Ho vissuto un intero anno con Dante, vivendo di nulla se non di lui e con lui, disegnando gli otto cerchi dell’inferno…» 

La Porta dell’Inferno, Auguste Rodin, Museo d’Orsay, Parigi.

Certo la porta rischia di distrarvi dalla rappresentazione del Giudizio Universale del Beato Angelico, collocata alla destra della stessa.  Questa tempera su tavola del 1431 originalmente era collocata nell’ormai scomparso convento di Santa Maria degli Angeli di Firenze. Al centro di tutto c’è il Cristo circondato dagli angeli e dai beati. Sulla sinistra la raffigurazione bucolica del paradiso, inteso come giardino dell’Eden. Le tombe vuote al centro, simbolo che tutti saremo giudicati, separano l’inferno dal resto: ed ecco che imperatori, papi, peccatori vengono spinti da demoni verso gli inferi. 

Superata la porta inizia dunque il percorso che porterà il visitatore verso manoscritti, stampe, disegni, quadri e sculture.

Il Giudizio Universale, Beato Angelico,

Seppur di piccole dimensioni (32 x 47cm), una delle opere da non perdere è la raffigurazione botticelliana dell’inferno, eseguita su pergamena tra il 1480 e il 1495 e custodita in due copie in Vaticano e a Berlino. 
La voragine infernale, questo è il suo nome, è la raffigurazione Dantesca dell’Inferno così come tutti oggi la conosciamo: i gironi si stringono verso il centro della terra fino ad arrivare a Lucifero, collocato al centro. L’opera viene citata anche nel libro Inferno di Dan Brown e nella trasposizione cinematografica è proiettata da Tom Hanks su di una parete. Questa pergamena fa parte di un corpo complessivo di 92 disegni, realizzate in origine per un manoscritto commissionato direttamente al Botticelli da Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici. Avrebbero dovuto essere 100 i disegni, ma 8 sono andati smarriti. 

Voragine Infernale, Botticelli, Vaticano.

Anche se meno famoso Jacob Isaacszoon Van Swanenburg offre una visione davvero terrificante dell’inferno con il suo Bocca dell’Inferno e Barca di Caronte con la Sibilla Cumana ed Enea. Quest’olio su tela del 1620 offre una mescola di elementi gotici e medievali, quasi cinematografici. Osservate come la bocca dell’inferno sia una bocca de facto mostruosa. Le tonalità in contrasto tra luce e ombre sono unite da tinte rossastre. Ci sono nubi, fumo, nebbia. Da una parte è vivo il calore dell’inferno, dall’altro si percepisce il freddo delle anime vuote. Il pittore olandese, nato nel 1571, era famoso per le sue opere raffiguranti scene religiose. Fu anche docente del giovane Rembrandt.   

Tornando al dipinto l’immagine mostra il dio degli inferi, Plutone, che guida un carro attraverso il cielo. A sinistra la barca di Caronte trasporta le anime dei morti negli inferi. In una bocca enorme i sette peccati capitali sono rappresentati attraverso vari personaggi: una donna sdraiata è la personificazione della pigrizia, una coppia amorosa della lussuria, quella che tira fuori la lingua è la calunnia, la signora col marsupio rappresenta l’avarizia, una donna travestita la dama con lo specchio raffigura la vanità; conclude il tutto l’intemperanza di un mangiatore. La scena è ulteriormente completata da folle di persone nude e mostri impegnati in atti perversi, navi fantastiche e uno sfondo inquietante con antiche rovine, fiamme e nuvole di fumo. Sono solo 11 i dipinti attribuibili a questo artista, vederne uno dunque è un grande onore. 

I colori e la grandezza di Dante e Virgilio all’inferno del noto William Bouguereu (1850) sicuramente avrà attirato la vostra attenzione sin da quando siete entrati nella stanza: impossibile toglierle gli occhi di dosso. 
Il soggetto tratta del canto XXX dove sono puniti i falsari. Le due figure umane che lottano tra loro sono Gianni Schicchi e Capocchio. La scena è viva quanto crudele e realista. Concentratevi un attimo sul punto in cui il ginocchio s’infossa nella schiena. Le pieghe della pelle, i particolari di muscoli e tendini sono davvero ammirevoli. Il Sommo Poeta e Virgilio assistono in disparte e terrorizzati. Una luce quasi caravaggesca illumina i due in lotta, una colorazione rossa, in tinta con il demone alato smorza la luminosità sullo sfondo. William vuole condurre i nostri occhi proprio al centro della scena. Le dimensioni della tela rendono tutto ancora più suggestivo.

Dante e Virgilio all’inferno, William Bouguereu

Ora non perdetevi la prossima opera, un olio su tela di modeste dimensioni, perché qui sono presenti due grandi nomi: Manet che copia Delacroix. L’opera è stata eseguita tra il 1854 e il 1858, giusto poco prima che Manet diventasse famoso e scandaloso con la sua Olympia. La copia che avete davanti a voi proviene da Lione ed è molto fedele al dipinto originale di Delacroix. Monet eseguì un secondo tentativo, custodito presso il Met di New York, dai tratti meno nitidi e più incerti. Osservate come Dante e Virgilio stanno attraversando lo Stige mentre la città dei morti brucia sullo sfondo. 

La barca di Dante, Manet.

C’è anche un Mefisto riprodotto proprio da Delacroix il quale eseguì una serie di disegni per il Faust di Ghoete edito da Charles Motte, personaggio che inventò un sistema rapido e veloce per ottenere litografie. Per Motte la litografia altro non era che un’opera originale capace di essere riprodotta più volte, senza perdere di unicità, poiché capace di trasferire su pietra la mano, l’estro e la genialità dell’artista che lo ha generato. In questa immagine il mefisto sorvola la città; i toni scuri, il buio sottostante amplificano la percezione del male che già esonda autonomamente dallo stesso demone. 

Mefisto in volo, Delacroix.

Dal museo di Valladolid proviene invece questa versione di Tentazione di Sant’Antonio, eseguita dall’artista Jan Brueghel (1568-1625). Questo tema è stato trattato più volte dal pittore e la tela che avete davanti fu dipinta agli inizi del XVII secolo. Il resoconto delle battaglie di Sant’Antonio contro il demonio ci viene narrato in questi termini dal vescovo Atanasio di Alessandria (che scrisse, avendolo conosciuto in vita, una biografia del santo anacoreta):  

«Il posto sembrò esser sconquassato da un terremoto, ed i demoni, quasi abbattessero le quattro mura del ricovero sembravano penetrare attraverso esse, ed apparire in forma di bestie e di cose striscianti. Il posto si riempì improvvisamente di forme di leoni, orsi, leopardi, tori, serpenti, aspidi, scorpioni, ed ognuna di esse si muoveva in accordo alla sua natura» 

La scena è molto fedele, animali di ogni genere circondano il Santo intento a pregare; anche i demoni dalle più svariate forme escono da ogni dove. Ottimo l’uso del colore, distribuito in modo da rendere l’opera dinamica. 

Tentazione di Sant’Antonio, Brueghel.

La visione di Tondalo non nasconde minimamente l’impronta di Bosch, questa tavola datata tra il 1520 e il 1530, appartenente alla sua scuola, raffigura la visione di un nobile dedito al furto che per tre giorni, in stato di incoscienza, è guidato da un angelo attraverso il paradiso e l’inferno. La leggenda della visione è descritta per la prima volta in un testo del 1149 e firmato da Frate Marcus, che asserisce di aver sentito direttamente il racconto da Tondalo. Nell’opera davanti a voi la visione non segue un filo narrativo, al contrario è confusa; sembra come un sogno in cui diverse immagini e scene si susseguono senza un criterio cronologico. Non c’è da stupirsi, i dipinti di Bosch si distinguono proprio per questo. Osservate bene quanta fantasia vi sia nella forma degli animali, o come un albero cresca ed esca trafiggendo l’orecchio del volto in primo piano: non a caso Bosch è definito il pittore degli incubi e della follia dell’uomo. 

La visione di Tondalo, scuola di Bosch.

Sulla destra troverete un dipinto dalle dimensioni ridotte: è la Tentazione di Sant’Antonio di Paul Cézanne, del 1875. I colori e le pennellate portano la firma dell’artista. Osservate come con probabilità la tentazione qui sia raffigurata dal corpo femminile; concezione del tutto diversa da quella che abbiamo visto in Brueghel: qui non esistono demoni. 

La tentazione di Sant’Antonio, Cézanne.

Passerete poi in una sala che offre altre concezioni di inferno, si passa a quello terreno, dove il lavoro, le condizioni umane peggiorano la vita dell’uomo.  
In fondo dedicate qualche minuto a osservare La Pazza (1905) di Giacomo Balla. Percepiamo la pazzia della donna attraverso il suo movimento disarticolato, il volto stravolto e l’aspetto trasandato. Qui Balla è nel suo periodo prefuturista e ritrae ancora soggetti veristi, ispirati alla quotidianità. La tecnica è quella del divisionismo, dove i colori, attraverso pennellate distinte, sono messi l’uno vicino all’altro, creando una visione d’insieme qualora osservati a distanza. 

La Pazza, Giacomo Balla, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Concludiamo il giro con due ultime attenzioni: la prima una copia dattiloscritta di Primo Levi di Se questo è un uomo, dove possiamo osservare le correzioni dell’editore e del revisore di bozze. 

Infine, usciamo a riveder le stelle con una delle opere più note di KieferI famosi ordini della notte. 
Kiefer è affascinato dal cielo notturno e dalle diverse interpretazioni che ha avuto nel corso della storia, in particolare quelle che lo descrivono come un regno divino e misterioso che ricorda le nostre origini e il nostro destino. La “spiritualità”, spiega l’artista, “consiste nel connettersi con le conoscenze più antiche e nel cercare di scoprire una continuità nei motivi per cui cerchiamo il paradiso. Il paradiso è un’idea, una parte dell’antica conoscenza “. 
Il distendersi, come un corpo morto, sulla terra arida, ma sotto un cielo stellato è la rappresentazione dell’unione tra lo spirito e la natura ultraterrena; è l’uomo che si trasfigura e diventa un tutt’uno con l’universo.   

I famosi ordini della notte, Kiefer.

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